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Il polpetto

Il polpetto


di Giambattista Bello


 

polpo intanato

Giovane polpo intanato disturbato

dal flash (foto di Roberto D'Alessandro)

Del polpo intanato riuscivo a vedere solo gli occhi: un polpo di piccole dimensioni, di sicuro. Riuscii a stanarlo con facilità, ma, una volta catturato, mi resi conto che era troppo piccolo per farne preda. Rinunciai, pertanto, a metterlo nel retino per poi venderlo. Sì, altri pescatori non ci avrebbero pensato più di tanto e l’avrebbero “messo in saccoccia”, nonostante la prospettiva di una resa economica minima. Io, però, non me la sentii e lo lasciai perdere. Evidentemente la propensione umana a proteggere i piccoli non riguarda solo gli animali più vicini a noi, i mammiferi innanzitutto. Ricorderete di certo la teoria della “testa grossa”, secondo cui nell’inconscio dell’uomo e di molti altri mammiferi è radicata la predisposizione a non predare, anzi a proteggere, gli esseri con il capo grande relativamente al corpo, cioè i cuccioli delle diverse specie e … il panda.

 

Alcuni decenni addietro, da poco laureato e  senza un lavoro fisso, mi arrabattavo a fare piccoli mestieri, tra cui il “fruttarolo”, ossia il raccoglitore di frutti di mare. La mia specialità era la pesca delle “noci bianche” (1), in immersione subacquea con l’autorespiratore, le "bombole" nel gergo dei sommozzatori.

Così quel giorno, conscio come sempre della limitata riserva d’aria, mollai il minuscolo polpo e ripresi il ritmo del lavoro: sonda il sedimento col coltello nella destra, prendi la noce snidata con la sinistra e portala al retino... Nell’atto di raccogliere uno di questi molluschi, constatai con stupore che il polpetto, seppur lasciato libero da me, non aveva lasciato me o, meglio, la mia mano sinistra calzata in un guanto di cuoio. Si era sistemato sul suo dorso, aderendovi con i tentacoli espansi a raggiera e mantenendo ben eretto il resto del corpo. Stetti a rimirarlo per qualche minuto; per la precisione, stemmo a guardarci negli occhi reciprocamente, in quanto anche i suoi occhi erano rivolti verso di me. Ripresi, quindi, a lavorare e, poiché il piccolino non mostrava alcuna intenzione di abbandonare la mia mano, non modificai la posizione del mio braccio sinistro al fine di non disturbarlo. Per la prosecuzione del lavoro, utilizzai la sola mano destra, non senza qualche difficoltà. Di tanto in tanto, davo un’occhiata al polpetto, che continuava a guardarmi, sorridevo compiaciuto tra me e me e ripigliavo a sondare il sedimento. In tutti quei minuti, il polpetto non si produsse in spettacolari cambi di colore né di tessitura della pelle. Conservò in tutto quel lasso di tempo il colorito cinerino della livrea e la stessa postura del corpo, atteggiamenti che, anni dopo, grazie agli studi teutologici, avrei imparato a riconoscere come il pattern della tranquillità. Non c’era, tuttavia, bisogno d’essere esperti per capire che il polpetto era del tutto tranquillo, lì piazzato sul dorso della mia mano, nonostante i miei continui spostamenti sott’acqua.

 

polpo sulle dita

Giovane polpo tra le dita di un sub

(foto di Roberto D'Alessandro)

Vista la sua confidenza, pensai a un certo punto di dargli da mangiare. Nel rispetto dei gusti dei polpi, gli offrii un piccolo murice, piazzandoglielo vicino alle braccia. Queste non si mossero. Entrarono però in azione i cromatofori e un’onda scura attraversò tutto il suo corpo: l’offerta, evidentemente, non gli era gradita. Provai con una proposta più allettante, il frutto a cinque raggi color corallo di un riccio, un’irresistibile attrazione per i predatori marini, che però fu altrettanto disdegnata. Non la disdegnarono, invece, decine di donzelle (2), che comparvero dal nulla e, prese dalla frenesia alimentare e dimentiche della distanza di rispetto, si contesero il frutto del riccio.

 

Dopo questo diversivo, ripresi ancora una volta il lavoro, continuando a mantenere la mano sinistra a completa disposizione dell’amico a otto braccia. Un po’ più tardi (era passata più di mezz’ora dal momento dell’incontro), volgendo lo sguardo alla mia sinistra, scoprii che il polpetto s’era dileguato. Invano lo cercai nelle vicinanze. Non vi sembri eccessivo, ma confesso che mi colse un senso di dispiacere, una piccola tristezza, come per un amico appena trovato e subito scomparso.

A conti fatti, una volta emerso dal mare e pesato il raccolto, il bilancio della giornata era nettamente positivo: qualche chilo di noci in meno e una vicenda ricca di emozioni gioiose in più.

 

Note:

(1) Il nome italiano ufficiale di questo bivalve è "tartufo", quello scientifico Venus verrucosa; all’epoca era ancora consentita la pesca dei bivalvi in immersione con l’ausilio di autorespiratore.

(2) Piccoli pesci della specie Coris julis.

 


 

Raccolta degli scritti di Giambattista Bello per NATURALMENTE: 10 articoli negli ultimi sette anni per 45 pagine con illustrazioni.

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