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Toponimi e non della paleoantropologia

Toponimi e non della paleoantropologia

 

Fabio Fantini

 

 

Germania, valle di Neandertal

È pratica comune della paleoantropologia indicare con il nome della località del rinvenimento il tipo umano cui si attribuiscono i resti fossili. Sono ben noti nomi come uomo di Cro-Magnon, uomo di Saccopastore, uomo di Flores, solo per ricordare qualche esempio.

Il toponimo più famoso della paleoantropologia è probabilmente Neandertal, che indica il luogo di ritrovamento, nel 1856, dei primi fossili umani attribuibili a una specie diversa dalla nostra. Il nome della valle è un omaggio a un musicista tedesco del XVII secolo, Joachim Neander, che amava passeggiare nella valle. Dopo la morte di Joachim Neander, gli abitanti della zona, ammiratori della sua arte, decisero di onorarlo dedicandogli la valle il cui dolce paesaggio aveva ispirato molte delle sue composizioni.

 

In realtà Joachim di cognome si chiamava Neumann, qualcosa come Omonovo in italiano, ma aveva deciso di cambiare il cognome in Neander, traduzione letterale dal tedesco al greco antico, in omaggio alla cultura classica. Cosicché quella che avrebbe potuto chiamarsi Val Neumann prese il nome di Val Neander, ovvero, in tedesco, Neandertal. Se Joachim Neumann non avesse cambiato il proprio cognome, oggi parleremmo di uomo di Neumanntal, anziché di uomo di Neandertal.

 

In alcuni casi, l’utilizzo affrettato del nome della località di rinvenimento per indicare il tipo umano cui i resti fossili erano appartenuti genera qualche equivoco. È ormai familiare anche ai non specialisti il nome uomo di Denisova per indicare il tipo umano cui si attribuiscono due minuscoli reperti, un frammento di mignolo e un dente molare datati circa 40.000 anni fa, rinvenuti in un sito siberiano nella catena dei monti Altai.

 

Malgrado l’esiguità dei reperti, il gruppo del Max Planck Institut di Lipsia guidato da Svante Pääbo è riuscito ad analizzarne il DNA. Ora sappiamo che la popolazione di Denisova era differente da Neandertal e Sapiens, ma conservava nel proprio DNA le tracce di quelli che la genetica di popolazione chiama pudicamente flussi genici con i Neandertal e con un’altra specie ominina non ancora identificata. Inoltre, una percentuale piccola ma non irrilevante di geni caratteristici dell’uomo di Denisova è tuttora presente in alcune popolazioni umane, quelle che vivono in Estremo Oriente e in Oceania. Flussi genici non del tutto trascurabili si verificarono nel passato tra le popolazioni dell’uomo moderno che si espandevano verso oriente e le più antiche popolazioni ominine che quei territori già abitavano.

 

Ma torniamo al nome. Non esiste alcuna località chiama Denisova, nei molti Altai in Siberia e neanche in altre regioni del mondo. Il luogo del ritrovamento, anche qui non sorprendentemente una grotta, si chiama (traslitterando dal cirillico) Denisova Pescéra, vale a dire Grotte di Denis. Denis, in italiano diremmo Dionisio, era un eremita che aveva abitato quelle grotte nel XVIII secolo. In russo, come nelle lingue slave che, similmente al latino, non fanno uso di articoli, esistono desinenze che specificano i casi. La desinenza –ova specifica il genitivo, cosicché quando scriviamo uomo di Denisova è come se scrivessimo uomo di di Denis.

 

La bizzarria della nomenclatura ha subito una esasperazione nello specifico della lingua italiana, nella quale è entrato in uso il termine Denisoviani, che introduce una goffa storpiatura della desinenza del genitivo russo, trasformandolo in –ovia. In inglese, lingua ufficiale della letteratura scientifica, si usa il termine Denisovan. Occorre però dire che qualche segno di adeguamento a una migliore correttezza linguistica inizia a manifestarsi anche in Italia (cfr. per esempio Le Scienze n° 603, novembre 2018, pag. 64).

 

Gli scopritori dei fossili nelle Grotte di Denis proposero inizialmente di attribuirli a una nuova specie, che battezzarono come Homo altaiensis. In realtà è ancora dubbio se attribuire il rango di specie alla popolazione delle Grotte di Denis, cosicché il nome proposto fu rigettato e da allora si è preferito mantenere la denominazione non impegnativa di Denisovani.

 

La propensione a partecipare a episodi capaci di favorire il flusso genico tra umani di tipi diversi (specie diverse? sottospecie della stessa specie? la questione è ancora in fervida discussione) non ha caratterizzato solo le popolazioni di uomo moderno che si spingevano verso oriente. A rivelarcelo è la presenza di poche unità percentuali di geni neandertaliani nel genoma delle popolazioni europee, grosso modo il corrispettivo dei geni denisovani presenti nelle popolazioni orientali. Il genoma delle popolazioni africane, discendenti dei nostri antenati che non si spinsero fuori dall’Africa e non ebbero l’opportunità di incontrare altri tipi umani, non ha sostanzialmente traccia di queste introgressioni.

 

Romania Pestera cu Oase case - scavi

È rimarchevole il dato che il DNA mitocondriale degli umani moderni è ben distinto dal DNA mitocondriale dei Neandertal o dei Denisovani: solo nel DNA nucleare possono essere individuate sequenze di origine neandertaliana. Poiché il DNA mitocondriale è trasmesso unicamente per via materna, occorre concludere che il contributo genico neandertaliano o denisovano attualmente presente nel nostro genoma è passato solo attraverso madri Sapiens e padri Neandertal (o Denisovani), non viceversa. Per spiegare questa asimmetria non abbiamo dati certi, ma possiamo avanzare alcune ipotesi, non necessariamente mutuamente esclusive.

Una prima ipotesi è che i flussi genici siano avvenuti a senso unico da maschi Neandertal a femmine Sapiens. La causa di ciò potrebbe essere stata una più pronunciata inclinazione all’esogamia da parte dei maschi Neandertal o delle femmine Sapiens o di entrambi, accompagnata da una maggiore ritrosia dell’altro sesso nelle rispettive popolazioni. Una seconda ipotesi, forse meno improbabile, è che gli incroci tra maschi Sapiens e femmine Neandertal fossero infecondi, a causa di incompatibilità nell’impianto o nello sviluppo dello zigote. Gli zigoti concepiti nell’utero delle femmine Sapiens non avrebbero invece avuto le stesse difficoltà. Una terza ipotesi presuppone che i figli di incroci tra maschi Sapiens e femmine Neandertal siano nati, ma fossero svantaggiati dal punto di vista adattativo e non raggiungessero l’età riproduttiva.

 

Comunque siano andate le cose, l’introgressione di genoma neandertaliano e denisovano in quello di Homo sapiens moderno c’è stata. Il numero di geni neandertaliani è andato riducendosi con il tempo, segno che la selezione li ha generalmente sfavoriti.

 

Quest’ultima considerazione non vale però per tutti i geni «importati». Le popolazioni protagoniste del più recente episodio di uscita dall’Africa non erano geneticamente bene attrezzate per le condizioni climatiche dei continenti settentrionali, per di più nel bel mezzo di un’era glaciale. Alcuni adattamenti selezionati nelle popolazioni neandertaliane e denisovane attraverso migliaia di generazioni cresciute in ambienti freddi poterono passare ai nuovi arrivati, che così sfruttarono il prodotto di un precedente processo evolutivo. È alla nostra eredità neandertaliana che dobbiamo la capacità di produrre melanina in quantità ridotta, un adattamento che consente di sfruttare meglio la minore quantità di radiazione solare che raggiunge le medie e alte latitudini, così come molte caratteristiche di un potente sistema immunitario, comprese purtroppo anche le conseguenti maggiori propensioni a reazioni allergiche. Ed è ai Denisovani che le popolazioni tibetane devono i geni che facilitano la respirazione alle alte quote.

 

Una delle più importanti testimonianze del percorso evolutivo che ha accompagnato l’espansione delle popolazioni moderne in Europa è fornita da un fossile scoperto in Romania nel 2002, denominato Oase 1. L’analisi del DNA di Oase 1, un giovane maschio Sapiens vissuto circa 38.000 anni fa, ha rivelato che dal 6 al 9% del genoma era di origine neandertaliana. Si tratta della percentuale più alta finora individuata di introgressione arcaica in un umano anatomicamente moderno e indica che Oase 1 aveva avuto un progenitore Neandertal risalente a quattro - sei generazioni prima.

La localizzazione geografica di Oase 1 è molto significativa, ma il nome assegnato al fossile non è di alcun aiuto per individuarla. Anche in questo caso, infatti, non esiste alcuna località in Romania che prenda il nome di Oase. In realtà il nome deriva da  Peshtera cu oase, alla lettera Grotta con ossa, un sistema di caverne carsiche nella valle del fiume Minish, nei pressi della cittadina di Anina.

Il sito del rinvenimento si trova nei Carpazi sudoccidentali, a una ventina di kilometri dalle Porte di Ferro, il varco che il Danubio si è aperto nei Carpazi prima di raggiungere la pianura rumena. Le Porte di Ferro costituiscono la via preferenziale verso l’Europa centrale per popolazioni provenienti dal Vicino Oriente. Datazione e luogo del rinvenimento fanno pensare che quelli denominati Oase 1 siano i resti di individui appartenenti ai primi drappelli di Sapiens che, intorno a 40.000 anni fa, iniziavano a entrare in Europa attraverso territori in cui erano già presenti popolazioni neandertaliane.